Abbiamo Ipotecato la Democrazia

MagnetarMan's Glitch - Web Design & Tech Trends
MagnetarMan's Glitch - Web Design & Tech Trends
Abbiamo Ipotecato la Democrazia
Loading
/

📖 Descrizione 📖

Ti sei mai chiesto quanta libertà sacrifichi in nome della comodità?

Questo episodio di Glitch smonta la retorica della sorveglianza di massa, partendo dalla tua sveglia intelligente fino ai checkpoint di Hebron. Non è solo il “Grande Fratello” di Orwell, ma un “Mondo Nuovo” di Aldous Huxley, dove acconsentiamo volontariamente a essere profilati per l’ultimo servizio in streaming.

Analizziamo come le tragedie, dall’11 settembre agli attentati di Parigi, abbiano generato leggi che espandono il controllo (come lo “Snooper Charter” nel Regno Unito ), in un continuo “scope creep” che arriva al decoro urbano. Scoprirai perché la frase “se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere” è la bugia più pericolosa e come l’infrastruttura di sorveglianza di oggi possa reprimere il dissenso politico domani, causando il “chilling effect” che ci spinge all’autocensura. Attraverso casi come il riconoscimento facciale bloccato nella metro di San Paolo in Brasile e gli attacchi informatici del 2024 a Europol e SYNLAB , l’episodio dimostra che la sorveglianza è uguale a vulnerabilità e non a sicurezza.

Non è l’unica cosa che ti batte. Infine, esploriamo come gli algoritmi amplifichino i pregiudizi e quale sia la nostra linea di difesa: dalle sentenze rivoluzionarie della CEDU alla necessità di diventare cittadini digitali consapevoli e tecnicamente preparati. Il modello del “tutti sorvegliati” ha fallito: è ora di pretendere anonimato e decentralizzazione.


🔗 Link Puntata 🔗

The Chemical Brothers – Believe

IXION | Original Soundtrack | 01 Vanir’s Legacy

† Carpenter Brut † TURBO KILLER † Directed by Seth Ickerman † Official Video †

Mr.Kitty – After Dark

The Corrs – Summer Sunshine


❤️ Support Links ❤️

🎙️ Podcast Page: https://magnetarman.com/glitch/ 🎙️

📱 Gruppo Telegram: https://t.me/magnetarmanfeed 📱

📧 Mail: me@magnetarman.com 📧

💰 Link Donazioni: https://ko-fi.com/glitchpod 💰

⚡ Donazioni Lightning: gladjump66@walletofsatoshi.com ⚡


📜 Trascrizione della Puntata 📜

Provate a pensarsi un attimo. A che ora vi siete svegliati? L’avete detto alla vostra sveglia intelligente? Avete controllato le mail sul telefono prima ancora di scendere dal letto? Magari avete chiesto al vostro assistente vocale che tempo fa. Uscendo di casa, il vostro volto è stato ripreso da almeno 3 telecamere prima di arrivare alla vostra auto. Il GPS ha tracciato il vostro percorso per evitare il traffico? Avete pagato il caffè con lo smartwatch. Tutto comodo, tutto efficiente, tutto tracciato, tutto sorvegliato. Sottotitoli e revisione a cura di QTSS Sottotitoli e revisione a cura di QTSS Sottotitoli e revisione a cura di QTSS Oggi voglio partire da una domanda semplice, quasi banale, una domanda che però sta definendo il secolo in cui viviamo. Quanta libertà siamo disposti a sacrificare in nome della sicurezza? O forse dovremmo dire, in nome della comodità? Quando si parla di sorveglianza di massa, il lato di sveglia è un lato di sveglia. Il lato di sveglia è un lato di sveglia. E quindi, in nome della comodità? Quando si parla di sorveglianza di massa, il primo nome che salta in mente è sempre il suo, George Orwell, e quasi un rifesso Pavloviano. Ma siamo onesti, una volta per tutte. Eric Arthur Blair, questo era il suo vero nome, era uno scrittore, un giornalista, un socialista democratico, che combattiva i totalitarismi del suo tempo. Ha scritto 1984 nel 1949, come avvertimento. Cristo Santo, non era un moderno Nostradamus, e il suo libro non era un manuale di istruzioni da prendere alla lettera, come fa qualcuno che tutti conosciamo, per giustificare ogni nuova tecnologia di controllo. Non è la Bibbia della distopia, come ultimamente afferma spesso una persona che ha avuto il piacere finalmente di conoscere, al peggio, non c’è davvero mai fine. La nostra realtà, forse, è anche più complessa. Non è solo il grande fratello di Orwell quello che ci guarda con palise minaccia, è anche il mondo nuovo di Aldous Huxley, una società controllata non con il dolore, ma con il piacere, con la distrazione, con il consenso volontario a essere profilati pur di avere l’ultimo servizio streaming o la connessione più veloce. Quella che per loro era la fantascienza, per noi è cronaca quotidiana. La sorveglianza è ovunque, e nelle telecamere del lago della strada, e nei tracker pubblicitari che ci seguono in ogni sito web, e negli algoritmi che leggono le nostre email per suggetirci cosa comprare, e che analizzano le nostre facce per sbloccare il telefono. Le motivazioni ufficiali sono sempre nobili, sempre urgenti. La sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo. La caccia alla criminalità organizzata, la protezione dei minori online. E chi potrebbe mai apporsi a cause così giuste? Ma dietro questa facciata rassicurante c’è una realtà diversa, c’è un’accumulazione di dati senza precedenti, e questo accumulo non crea solo sicurezza, crea prima di tutto vulnerabilità. Crea la possibilità di un controllo sociale capillare, un’infrastruttura di potere che, una volta costruita, una volta accettata, non verrà mai più smantellata. Oggi non voglio solo parlare di privacy, in termini astratti. Oggi voglio smontare pezzo per pezzo la retorica del male necessario. Voglio dimostrarvi, dati alla mano, che la sorveglianza di massa non è la soluzione alla paura, è la paura che diventa sistema. Per capire come siamo arrivati a questo dierno e distopico casino umano planetario, dobbiamo prima capire come ce l’hanno venduta. È sempre la solita storia. La sorveglianza di massa nel mondo democratico si costruisce quasi sempre sulle scenari di una tragedia. Prendete l’11 settembre 2001. Una tragedia emane. La risposta legislativa immediata qual è stata? Law USA Patriot Act. Perdonatemi se ho utilizzato una voce registrata per farmelo dire in maniera corretta. Anche perché pur registrando 900.000 volte questa cosa non se ne è mai strato perfetto. Ma torniamo a noi. D’altronde, chi poteva votare contro qualcosa che si chiama Patriot Act? Eppure, quella legge ha dato il via libera a programmi di sorveglianza interna senza precedenti, come quelli che Edward Snowden avrebbe svelato anni dopo. La raccolta indiscriminata dei metadati telefonici di milioni di americani. Lo stesso però è accaduto anche in Europa. Dopo gli attentati di Parigi del 2015, la Francia ha dichiarato uno stato d’emergenza durato anni, introducendo leggi che hanno reso permanenti misure di sorveglianza eccezionali. Nel Regno Unito, l’Investigatory Power Act, dannazione agli inglesi e gli americani con questi loro pipponi, nel 2016, soprannominato lo Snooper Charter, la carta degli spioni, ha legalizzato la raccolta di massa dei dati di navigazione di tutti e sottolineo tutti i cittadini che bazzicavano sul territorio del Regno Unito. La logica è, è successo qualcosa di terribile. Dobbiamo fare qualcosa. E quel qualcosa è quasi sempre più controllo. Inizialmente le giustificazioni erano limitate. Terrorismo internazionale, grande criminalità. Ma l’infrastruttura, una volta creata, ha fami di nuovi scopi. È quello che gli esperti chiamano Scoop Crip, lo slittamento degli obiettivi, così il raggio si è allargato. Oggi, le stesse leggi nate per l’antiterrorismo vengono invocate per combattere il saberebullismo, il grooming online, la diffusione di notizie false, poi arriviamo ai dissidenti politici, a late speech, al recente caso di chat controlli in Europa per combattere l’appeto pornografia online e domani cosa? Istituire un sistema di crediti sociali per cui se ti comporti bene, secondo le direttive statali del momento, vini premiato. Altrimenti ti viene bloccato il conto corrente e l’accesso ai servizi. E se cambia repentinamente l’oscetto del potere e dall’essere il primo della classe diventi la peggiore canaglia del mondo, cosa succede? Ah già, lo fanno in un paese molto molto democratico che è un paese che si chiama Repubblica Popolare cinese. Attenzione, sono tutte battaglie sacrosante, ma gli strumenti usati sono drammaticamente sproporzionati. Parliamo di riconoscimento facciale in tempo reale, non parliamo solo di sbloccare il telefono. Parliamo di aziende come Clearview AI che hanno raschiato miliardi di foto dei social media, le vostre foto, quelle delle vostre vacanze, dei vostri figli, e di fare un database biometrico globale, venduto poi a migliaia di dipartimenti di polizia senza alcuna supervisione pubblica. Parliamo di spyware di livello militare, non il virus che vi ruba la password della banca. Parliamo di armi digitali come Pegasus, dell’NSO Group o Predator, software che, una volta installati sul vostro telefono, lo trasformano in una spia che vi portate in tasca, accendono il microfono, attivano la telecamera, e le foto che vi portate su Signal o WhatsApp sanno dove siete stati e dove andrete. Parliamo anche del monitoraggio dei social media, non solo la pubblicità. Parliamo di sistemi di intelligenza artificiale, usate dalle forze dell’ordine per l’analisi del sentiment per identificare potenziali minacce o focolai di disinformazione. Ma chi decide cos’è disinformazione? Chi decide qual’è il sentiment sbagliato? La narrazione è potente, chi ci e vi protegge. E soprattutto la frase che ci deve ogni dibattito. Se non è nulla da nascondere, non è nulla da temere. Giuro che il prossimo che mi è interrogativo e mi risponde con questa fase si prende una sonora craniata nelle gengive da parte mia, siete avvisati. Questa è la bugia più pericolosa di tutte, e vi spiego il perché. Avere qualcosa da nascondere è l’essenza stessa della privacy. È un diritto umano fondamentale. Non è un diritto di conversazioni, dubbi, ricerche che non siano soggette al giudizio di un algoritmo o di un funzionario. È il diritto di cercare informazioni su una malattia senza che la vostra assicurazione lo sappia. È il diritto di parlare con un avvocato, un medico o un prete in totale confidenza. È il diritto di essere imperfetti, curiosi, persino strani in privato, di essere umani. Secondo punto e più importante, l’infrastruttura costruita per fermare un terrorista oggi è la stessa infrastruttura che può essere usata per reprimere un destidente politico domani. È la stessa che può essere usata per multare chi partecipa a una protesta pacifica dopo domani. La tecnologia, d’altronde, è neutrale. L’uso che se ne fa è politico. Una volta che hai dato al governo il potere di guardare tutti, hai solo dato al governo il potere di guardare tutti. Non è l’unica cosa che ti batte. Isto non è un altro. Questo ci porta alla conseguenza più subdola, quella che non vediamo, quella che non fa rumore. Si chiama in gergo tecnico Live-In. Per i cani in inglese, effetto raggelante. Quando sai di poter essere osservato, anche se non lo sei in quel preciso istante, ad autocensurarti. Penamerica, un’organizzazione che difende la libertà di espressione, ha documentato in diversi report come dopo le rivelazioni di Snowden, scrittori e giornalisti abbiano iniziato ad evitare argomenti denominati sensibili. Hanno smesso di fare ricerche su temi come il terrorismo o il Medio Oriente, per paura di finire in una lista del governo. Hanno ridotti contatti con fonti in paesi considerati ar-rischio. E stiamo parlando del darnato quarto potere, il watchdog dei potenti, mica pezzi e fichi, sempre come direbbe un mio caro amico che saluto. Ma non serve essere un giornalista, forse sei un semplice cittadino e decidi di non cercare su Google informazioni su una religione che non conosci o su un movimento politico radicale, per pura curiosità, paura di essere etichettato. Forse sei un medico e decidi di non consultare un database online su una procedura medica controversa, per timore di ritor-sioni. Forse sei un avvocato e inizi a preferire le telefonate alle mail, sperando in vano che siano più sicure per proteggere il segreto professionale. Ecco, questo è il chilling effect. È l’erosione invisibile della democrazia. È il precrimine del pensiero. Ricordate cosa succede al minority report con Tom Cruise? Ecco, non c’è bisogno di una diegge che ti vedi di parlare. È sufficiente creare un clima in cui parlare liberamente ha un costo, o anche solo un rischio percepito. Le giustificazioni nel frattempo diventano fluide. Lo scope creep di cui parlavamo. Si inizia con il terrorismo. Poi come abbiamo visto si passa alla protezione dei minori, domani sarà la disinformazione, dopodomani sarà il decoro urbano. In alcune città americane le leggi antiterrorismo sono state utilizzate per monitorare che evadeva il biglietto della metropolitana. Il risultato è lo stesso. Una società più timorosa, più conformista, è paradossalmente molto meno libera e sottolineo più fragile. Ed il conformismo a livello evolutivo è il seme dell’estinzione. Quante volte chi pensava fuori dagli schemi l’anticonformista è riuscito a salvare capre cavoli in situazioni apparentemente disperate, senza apparentemente viedoscita. E’ la morte della creatività, del libero pensiero. Altro che Platone e il mito della caverna. Ci stanno silenzesamente dicendo «noi conosciamo il mondo li furi come funziona, tu rimani in quella dannata caverna. Consuma come e cosa ti indichiamo di consumare e non fare domande». Voi davvero vi fidate di gente come Mark Zuckerberg, Jeff Bezos o l’ultimo ma non ultimo quel mattacchione di Sam Altman, che vuole farsi apparentemente comandare da una macchina, a patto però che l’abbia addestrata e sviluppata lui stesso con il suo team. Facile farsi comandare così, facile consegnare le chiavi della vita al computer. Tanto se sbaglia e tu muori. Niente colpa di chi ha programmato il computer. Come qualsiasi eula di app o servizio moderno recidano, alla fine è sempre e soltanto colpa tua. Del burattino. Il burattinaio ne uscirà sempre pulito ed acclamato dalle folle. Sottotitoli creati dalla comunità Amara.org Se pensate che questa sia solo teoria da professori universitari, vi porto in un posto dove questa battaglia si sta combattendo metro per metro, legge per legge. Un posto che è un gigantesco laboratorio sul futuro dell’intelligenza artificiale e della sorveglianza. Prendiamo un bel aereo e voliamo in Brasile. Il Brasile è un caso studio affascinante, pieno di contraddizioni. Da un lato c’è un dibattito democratico molto acceso. E’ in discussione da tempo una proposta di una legge fondamentale, la PL 2338 del 2023, che punta a regolare l’intelligenza artificiale. Sul tavolo ci sono anche cose buone, chieste a gran voce dalla società civile. Tuterare la privacy, la valutazione dell’impatto discriminatorio dagli algoritmi, il diritto di un cittadino a contestare una decisione presa da un algoritmo. Pensate a un prestito negato o una assunzione saldata per causa di una dannata macchina. Le lobby, ovviamente, sono anche loro al lavoro. Le grandi aziende tech spingono per annacquare la legge, per l’ender a più un auto-certificazione, che è un vero e proprio sistema di regole. ONG come Access Now e Article 19 avvertono che se passa una versione debole sarà peggio che non avere nessuna legge. Mentre il Parlamento discorde di regole astratte, la realtà sul campo è brutale. Prendiamo il caso della metropolitana di San Paolo, una delle città più grandi del mondo. L’azienda che gestisce la metro, Via 4, voleva implementare un sistema di riconoscimento facciale in tempo reale su tutte le sue linee. Il progetto era mastodontico. Parliamo della capacità di scannerizzare, analizzare e potenzialmente identificare fino a 5 milioni di volti al giorno ogni singolo pendolare. L’obiettivo ufficiale? Sempre lo stesso. Sicurezza? Cercare persone al compasso e identificare i criminali ricercati. Ma diversi ONG brasiliane, come l’Enter Vorez e i DEC, ovvero l’Istituto Brasiliano per la Difesa dei Consumatori, hanno fatto giustamente muro, hanno portato l’azienda in tribunale. Un momento, questo è incostituzionale. La loro argomentazione era semplice. Questo sistema non si limita a cercare sospetti, identifica tutti. E sottolineo tutti. Trasforma ogni pendolare in un potenziale bersaglio. E soprattutto hanno sottolineato l’altissimo rischio di discriminazione raziale e di falsi positivi. E’ provato da decenni di studi, dal Knit ad Arbard, che questi sistemi sbagliano molto, molto di più se i volti non bianchi e in particolare sulle donne nere. Ricordiamo il problema di Google con la modifica tramite EI delle foto. Durante il tag automatico, casualmente e con percentuali davvero troppo alte, identificava le persone nere come degli Ovviamente Google se n’è lavata le mani dicendo che è sempre la stessa storia. E’ colpa della macchina. In una nazione multietnica come il Brasile, questo non è un difetto tecnico, è un bug critico dell’intero sistema logico su cui viene attivata una macchina. E’ la ricetta finale per la discriminazione istituzionalizzata. Sapete cos’è successo? Miracolosamente la giustizia una volta tanto ha funzionato. Nel 2023 una corte brasiliana ha dato loro ragione, ha sospeso l’implementazione del sistema citando proprio la violazione palese del diritto alla privacy e il rischio di decisioni discriminatorie. Una piccola vittoria. Temporania, forse, perché le pressioni per riattivarlo sono enormi. Ma il mio pessimismo cosmico mi porta a pensare che questa, come altre, siano solo delle mere vittorie di pirro mascherate per grandi conquiste democratiche. Vero urse, come sfotto io ultimamente l’Unione Europea, in cui mi trovo schifezze come chat control. Ma la metro è solo la punta dell’iceberg. E in Brasile, specialmente sotto la precedente amministrazione Bolsonaro, la sorveianza è stata usata attivamente come strategia di controllo sociale. ONG che difendono l’ambiente o i diritti umani sono state criminalizzate, spianate, monitorate. Le comunità indigene che lottano per difendere l’Amazonia dai tagli a legni e dei cercatori d’or illegali sono stati bersagli costanti. La sorveglianza, tramite droni, intercettazioni, monitoraggio GPS, veniva usata per mappare i loro movimenti, per intimidire i loro reader. Vedete lo schema? Quando lo stato acquisisce il potere di guardare tutti, ovunque, chi guarda lo stato? In Brasile, come in troppi altri posti, la risposta è chiara. Lo stato si rafforza. Il cittadino, e specialmente il cittadino critico, l’attivista, l’indigeno, diventa più debole, più trasparente, più controllabile. E qui arriviamo al cuore del problema. Alla falla logica fondamentale e su cui si regge l’intero castello di carte della sorveglianza. Ci dicono, datici i vostri dati e noi vi proteggeremo, ma questo crea un paradosso micidiale, un enorme cortocircuito logico. Centralizzare un’enorme quantità di dati sensibili, i nostri dati finanziari, sanitari, biometrici, le nostre conversazioni private, in un unico posto, non crea una fortezza, crea un bersaglio. Un bersaglio enorme, luccicante, invitante, un on-apot che attira criminali informatici, agenzie di spionaggio straniere e non dimentichiamolo mai, i malicious insider, ovvero gli addetti corrotti o negligenti, più dati raccogli e centralizi, più ampia superficie d’attacco che un hacker può colpire. Come ci ricorda qualcuno, sicuramente più intelligente e preparato di me, la vera sicurezza spesso non sta nel proteggere meglio il dato, sta nel non raccoglierlo affatto, se non strettamente necessario. Si chiama minimizzazione dei dati, un principio che esiste nel GDPR europeo, ma che viene sistematicamente ignorato e deriso. La sorveglianza centralizzata non è sicurezza, è vulnerabilità sistemica. E non sto parlando di ipotesi, non sto parlando di teoria, parlo di fatti, parlo di cronaca recente. Parliamo solo degli ultimi mesi, del 2024. Europol, agenzia che dovrebbe coordinare tutte le polizie europee, l’agenzia di punta nella lotta al crimine, subisce una data breach. Laker, intel broker, rivendica l’attacco e mette in vendita file operativi sensibilissimi, dati personali di funzionari, informazioni e sondagini in corso. Ma che è davvero Europol? Aprile 2024, Italia, SYNLAB, uno dei grandi gruppi di diagnostica medica in Europa e fiora all’occhiello dello Stato. Un attacco ransomware brutale blocca ogni attività, i laboratori sono paralizzati, i hacker rubano 1,5 terabyte di dati. Cosa c’è dentro? Referenti medici, risultati dei test genetici, documenti d’identità, codici fiscali di milioni di italiani, il vostro, forse pure il mio, un disastro senza precedenti sanitario e di privacy. Maggio 2024, Italia, la regione basilicata subisce un attacco di dati sanitari dei cittadini esposti. Nello stesso periodo i sistemi di alcuni comuni italiani vengono bucati e per giorni vengono pubblicati online sull’albero pretorio dati sensibilissimi dei cittadini, inclusi codici fiscali e informazioni su bonus sociali, per pura negligenza. Ma andiamo oltre la cortina di ferro. Febbraio 2024, i democraticissimi Stati Uniti. L’attacco a Change Healthcare, una controllata di United Health, è stato definito il più grande attacco hacker alla sanità americana di sempre. Ha paralizzato il sistema per settimane, le farmacie non potevano erogare farmaci, gli ospedali non potevano processare i pagamenti. Un attacco a un singolo noto ha messo in ginocchio la sanità di un intero paese. E stiamo parlando degli Stati Uniti, non del Botswana. Maggio 2024, Dell, il gigante dei computer, ammette un furto di dati su 49 milioni di utenti. Nomi, indirizzi fisici, dettagli sull’hardware acquistato, perfetto per truffe mirate. Potrei continuare per un’ora, forse per un giorno. L’Università di Siena, l’Ashebal Medical Center in Israele. La lista è infinita, la conclusione sempre la stessa ed è terrificante. Le stesse istituzioni pubbliche e private che ci chiedono di fiderci di loro, che accumulano i nostri atti più intimi in nome della sicurezza, dell’efficienza, della salute, si dimostrano cronicamente, ripetutamente, disastrosamente incapaci di proteggere quei dati. Raccolgono tutto? Non proteggono niente. E quando quei dati vengono rubati, chi ne paga il prezzo? Sicuramente non il CEO, non il politico, non il dirigente dell’ASL. Lo paghiamo noi, con furti di identità, con ricatti, truffe finanziarie. Con la nostra salute messa al rischio, questa non è sicurezza, è negligenza sistemica istituzionalizzata. Di fronte a questo disastro combinato, l’erosione della libertà, la totale insicurezza di dati, la democrazia, degli anticorpi? Sì li ha, o almeno prova ad averli, e sono le corti, le autorità indipendenti, chiunque abbaglia furiosamente contro i cancelli del potere, sperando di provocare una reazione. Per fortuna c’è chi resiste, e in Europa un baluardo fondamentale è stata la Corte Europea dei Deritti dell’Uomo, la CEDU. Voglio citarvi due sentenze storiche, perché sono la nostra unica, fragile linea di difesa contro il Baratro. La prima, Zakharov contro Russia, del 2015. Un giornalista russo, Roman Zakharov, fa causa allo Stato il vostro sistema di intercettazione, cambiato SORM. Purtroppo da campano mi viene da ridere per chi mi ricorda la nostra battuta saluto massorta, con un’evidente accezione negativa, ma torniamo seri. SORM permette alla polizia e servizi segreti di intercettare le comunicazioni di chiunque, in segreto, senza un vero controllo di un giudice. La corteghita ragione stabilisce che un sistema di sorveglianza segreta, così vasto e con così pochi controlli, violenzia l’articolo 8 della convenzione, il diritto alla vita privata e familiare. Anche se non puoi provare di essere stato spiato, la sola esistenza di questa legge ti mette a rischio e crea il famoso chilling effect di cui parlavamo prima. La seconda, ancora più importante, Big Brother Watch contro il Regno Unito, del 2021. Questa sentenza è la figlia diretta delle rivelazioni di Edward Snowden, riguardava i programmi di sorveglianza del QGHQ britannico. Come tempora è il famigerato Prism, la raccolta indiscriminata di dati per ogni venienza, il grande aspirapolvere digitale. Qui la corte dice una cosa rivoluzionaria di questi tempi, la sorveglianza di massa in sé è illegittima, non è proporzionata, non è necessaria in una società democratica, sentite le virgolette sì. Non puoi spiare tutti per trovare un sospetto, devi avere un sospetto e poi, forse, con l’autorizzazione di un giudice puoi iniziare una sorveglianza mirata. Ed anche questa strada, in caso di giudici senza spina dorsale o fortemente politizzate come meno spesso in Italia, porta comunque a dei veri e propri cortocircuiti logici, dovuti principalmente all’elevazione della magistratura d’organo inattaccabile e poco fallibile. Quando le sendenze in altri settori di questi ultimi anni, con continui scavalcamenti di campo, di competenze e ribaltamenti multipli carpeati della realtà, descrivono un risultato abbastanza deprimente. Ma bisogna pure iniziare da qualche parte, per riportare di nuovo la barra al centro prima di schiantarsi contro l’iceberg in pieno oceano atlantico settentrionale. Sapete tutti, polla stella, come va a finire, giusto? Principi fantastici, tutto nero su bianco, ma i governi ascoltano? Non proprio, trovano sempre modi per aggirare i principi. Mentre la CEDU emette sentenze, scopriamo grazie a un’inchiesta di Amnesty e Citylab che decine di giornalisti, anche italiani, sono stati spiati con Pegasus. Non criminali, non terroristi, giornalisti che facciano il loro lavoro. Mentre CEDU parla di poporzionalità, a Roma si tenta di installare un sistema di riconoscimento facciale alla stazione metropolitana di Anagnina. E qui entrano in gioco le autorità indipendenti. Il secondo anticorpo. In Italia abbiamo il Garante per la Protezione dei Dati Personali, un’autorità che pur con risorse limitate e diversi scivoloni, lotta comunque. È stato il Garante a lanciare avvertimenti durissimi sull’uso dello spyware, dicendo che va usato solo per reati gravissimi e con autorizzazioni stringenti. È stato il Garante ad aprire un’inchiesta e a bloccare per ora il progetto della metro di Roma. Queste autorità e il GDPR europeo, che dà loro potere, sono una prima linea di difesa, se non l’unica, ma sono costantemente sotto attacco da chi vorrebbe più controllo e meno regole. Ma c’è un ultimo livello, il più oscuro. La sorveglianza non è solo una violazione della privacy, è uno strumento di discriminazione. Un algoritmo non è neutrale. Mai. Un algoritmo è un’opinione scritta in codice. È scritto da esseri umani, che sono pieni di pregiudizi, conci e inconsci. E, peggio ancora, viene addestrato su dati storici. Dati che riflettono decenni, secoli, millenni di discriminazioni della nostra società, soria scritta ovviamente e giustamente sempre da chi ha vinto con la forza i vari conflitti. Questo crea quindi un bias a cui bisogna tenere conto quanto ci si pone questi interrogativi. Ma stiamo parlando di persone che a stento vengono pagati con buoni starbucks e vivono costantemente sotto pressione da parte dei dirigenti per rilasciare la nuova novità del secolo, che porterà le azioni dell’azienda ad impegnarsi in borsa per rendere gli investitori contenti e soddisfatti per aver scelto loro e non il milionesimo concorrente. Altrimenti, poi, come ce lo mettiamo il Cherosene questo mese nel jet privato se perdono anche solo pochi punti percentuali delle loro azioni? Si addestri ogni anno a riconoscere un criminale, usando le fotosenialetiche degli ultimi 50 anni, l’IA imparerà che i criminali hanno un certo colore della pelle perché le nostre società hanno arrestato sproporzionalmente le minoranze. E’ polizia predittiva. Si torna sempre a quel dannato film di Spielberg, che dovrebbe essere inserito, a mio parere, nei piani studi al posto dell’ora di religione. Abbiamo problemi più gravi e terreni che preoccuparsi di cosa dice e pensa il padre eterno. Ma torniamo alla polizia predittiva. Sistemi usati negli USA che dicono alla polizia di pattugliare di più i quartieri poveri e delle minoranze, creando un circolo vizioso di arresti e confermando il pregiudizio iniziale dell’algoritmo. Un bias di conferma a tutto spiano. Un report recente di Amnesty International ha denunciato come strumenti di sorveglianza basati sul IAA, analisi di social media, telecamere nei campus, vengono usati per colpire sedettivamente studenti pro-palestina negli USA in Europa, vengono etichettati, segnalate e a volte spursi, per aver espresso un’opinione politica. È vero che i criminali e i terroristi vanno arrestati, ma mica possiamo riempire di carceri di deficienti che neanche conoscono il significato di cosa urlano durante le manifestazioni di piazza, perché così il loro mondo malato dei centri sociali che frequentano gli ha suggerito di urlare e loro, come i pappagalli, professano mettendo a ferro e fuco le città. L’esempio più agghiacciante, forse, arriva da Israele e dei territori occupati palestinesi. Si chiama Red Wolf. È un sistema di sorveglianza e riconoscimento facciale imprementato ai checkpoint, in particolare nella città occupata di Ebron. Come funziona? I soldati scannerizzano i volti dei palestinesi, hanno un dato abbessi biometrico che contiene le informazioni di quasi anni palestinesi della Cisnordania. Se il sistema dà luce verde, la persona passa. Se dà luce rossa, invece, perché nella lista sbagliata o semplicemente perché l’algoritmo sbaglia, quella persona viene fermata, arrestata o gli inviene impedito di tornare a casa, di andare al lavoro, di andare a scuola. Questa non è lotta al terrorismo. Questo è controllo etnico dei movimenti. È un apartheid digitale. E ve lo dico io che non riesco a decidere chi politicamente mi fa più schifo fra i palestinesi o gli israeliani. Ma una cosa è la politica. Un’altra cosa sono gli abusi in nome della giustizia. Sempre con le vircolette. Giustizia di chi? La sorveglianza qui smette di essere uno strumento di sicurezza e diventa apparentemente quello che è sempre stata in potenza. Uno strumento politico di controllo e repressione. Siamo giunti alla fine del nostro viaggio. Un viaggio inizia da una semplice domanda sul nostro smartphone. È arrivato il checkpoint di Ebron e spero che il quadro adesso sia leggermente più chiaro. Ci sarebbe anche da aggiungere che Microsoft negli ultimi giorni ha deciso tranquillamente di chiudere l’accesso senza una sola nota o almeno una letterina ad una grossa fetta di dati ospitati sul suo cloud. E jurre all’intelligence del Mossad. Da quando Microsoft fa politica? Da quando Microsoft può fare una cosa del genere senza il governo in Italia non debba giustamente accusarli di favoreggiamento? Se non far degenerare quest’azione, non vero è proprio e deliberato atto di terroresimo verso il governo israeliano. A Satiana Della qualcuno gli vuole fare una telefonata? Giusto per ricordargli che Microsoft è uno dei tanti bracci della politica estera e tecnologica degli USA. E gli USA sono culo e camicia col governo israeliano da sempre. Oppure il comunismo wok da 4 soldi diffuso anche a voce durante lo scena presidenza a Biden e gli affritto il cervello a tutti quanti a Redmond. La promessa che la sorveglianza di massa porti sicurezza è una mensogna. È una favola tossica che ci raccontiamo per sentirci meglio mentre cediamo i nostri diritti ogni giorno. L’equazione è semplicemente sbagliata. Sorveglianza non è uguale a sicurezza. Sorveglianza è uguale a vulnerabilità. Perché, come i data bridge del 2024 ci hanno insegnato, tutto ciò che viene raccolto prima o poi verrà rubato. Sorveglianza è uguale a controllo sociale. Perché il chilling effect silenzi il dissenso prima ancora che venga pensato. Sorveglianza è uguale a discriminazione. Perché gli algoritmi amplificano automaticamente i pregiudizi del passato e li proiettano il nostro futuro. Sorveglianza è uguale a sfiducia. Perché erode dalle fondamenta il rapporto tra il cittadino e lo Stato. Uno Stato che in tutto l’Occidente sta cadendo in mille pezzi non funziona. Quando funziona, funziona male. È un motor incolfato da burocrazia, pregiudizi e giochi di potere da bambini che evidentemente hanno cui elevatissimi, ma atteggiamenti da bambini sottosviluppati dell’asilo. La verità palese che nessuno nelle stanze del potere vuole ammettere ad alta voce è questa. Il modello del tutti sorvegliati per essere più sicuri ha fallito. È un fallimento tecnico. I dati vengono persi. È un fallimento morale, perché crea ingiustizia ed è un fallimento democratico, perché uccide la libertà. Dobbiamo invertire la rotta e dobbiamo farlo ora. Invertire la rotta non significa essere ingenui. Non significa liberi tutti e abbogliamo la polizia. Significa pretendere resilienza invece di controllo. Significa investire in anonymato e decentralizzazione. Non in giganteschi database centralizzati che aspettano solo di essere acchierati. Significa che i nostri dati sanitari devono stare sui nostri dispositivi, criptati, non sui server di un asl gestito con software obsoleto. Lo Stato non deve fare il genitore onnisciente che ci guarda in camera per proteggerci dai mostri. Lo Stato deve fare l’arbitro. Deve garantire un framework di convivenza civile, far rispettare le regole e poi fondamentalmente deve lasciarci vivere. Ma questo non accadrà da solo. Le istituzioni non cederanno questo potere volontariamente. La responsabilità finale torna a noi. Dobbiamo smettere di essere utenti passivi, consumatori distratti che cliccano accetto su qualunque cosa pur di scaricare l’app dell’ultimo minuto. Dobbiamo diventare cittadini digitali. Cosa significa? Significa pretendere che l’educazione alla pensiero critico-digitali entri nelle nostre scuole, fin dalle elementari. Noi e i nostri figli dobbiamo capire che cos’è un algoritmo, come funziona la pubblicità comportamentale, cosa significa metadata, prima ancora di iscriversi su un qualunque social network. Significa imparare a usare gli strumenti che ci proteggono, usare la crittografia, usare app di messaggistica sicure come signal, usare VPN affidabili e capire quali lo sono. Usare i motori di ricerca come DuckTag Go o Brave, anche se questo è un browser, che non ci profilano. Significa sostenere chi lotta per noi, sostenere gli avvocati, i giornalisti di inchiesta, i garanti che combattono battaglie legale complesse in nostro nome. Non possiamo delegare ancora la nostra libertà, perché solo dei cittadini consapevoli, esigenti e tecnicamente preparati possono evitare che l’ombra digitale che si sta allungando sulle nostre vite diventi in oscurità permanente. Grazie per avermi ascoltato. Alla prossima puntata, guys! Avete ascoltato Glitch. Grazie!